A Natale s'ha da festeggiare... Ovvero teoria della gioia imposta

Ragazzi, arriva il Natale! E Capodanno! E la Befana!
E io inizio a pensare a come affrontarli e superarli dignitosamente e senza troppi malumori.
Mi sembra che quando si parla di feste natalizie, le persone si dividano sommariamente in due grandi categorie:
1. Quella della gente che dice: "oh che bello sta arrivando il Natale, mi piace tanto il Natale, senti come cambia l'atmosfera! Quest'anno le luci sono davvero belle e poi l'albero in piazza l'hanno decorato così bene! Uh e i regali, me ne mancano ancora un sacco!! Meno male che i negozi restano aperti fino alla vigilia! E poi il panettone, anzi no, il pandoro, che mi piace di più, la neve - magari nevicasse proprio il giorno di Natale, è sempre stato il mio sogno veder nevicare la notte di Natale! Le cene in famiglia e dopo tirar tardi giocando a zompacavallo, sette e mezzo, poker... no a poker meglio di no perché ci saranno i bambini... I bambini! Finalmente un'occasione per stare insieme, è un miracolo che i miei nipotini si ricordino ancora di me, vedendoli solo una volta all'anno! ADORO il Natale!!"
2. Quella delle persone che invece dicono: "ecco che arriva di nuovo il Natale, porca miseria, ogni anno le luminarie le accendono prima, l'anno prossimo lof aranno direttamente a settembre. Ma quanto denaro pubblico spenderanno per questa scemenza? E poi tutti che si danno allo shopping convulsivo, che cosa disgustosa, ormai non si tratta altro che di consumismo. Per non parlare dei poveri commessi costretti a lavorare come bestie per soddisfare masse di imbecilli che si riducono alla vigilia per comprare i regali, sempre gli stessi, spesso così banali e inutili da risultare imbarazzanti... E poi tutto quel mangiare, uno spreco di cibo, ci sentiamo obbligati ad ingozzarci e soprattutto a riunirci con familiari dei quali a malapena ricordiamo la faccia, con quegli scalmanati dei loro bambini iperattivi... e le giocate a carte, la tombola... e la lotteria di Capodanno, ne vogliamo parlare?? Ma quello che davvero detesto sono quelle maledette campane delle canzoni natalizie che ti perseguitano in ogni dove, condite da un buonismo rivoltante e mieloso, ambasciatore di cause troppo stagionali, per fomentare le quali ci sbattono in faccia immagini di bambini mangiati dalle mosche o che camminano su gambe di legno, di cui ci si ricorda solo a Natale, appunto... Io ODIO le feste di Natale!!"
Indovinate un po' a quale delle due appartengo io...
C'è chi dice che alla base dell'amore o odio verso queste feste ci sia fondamentalmente il modo in cui le si è vissute nell'infanzia, o anche durante l'adolescenza. Non dico di aver passato dei brutti natali da bambino, anzi, la mia famiglia era molto tipica in questo senso, diciamo appartenente al primo gruppo, quelli che "a Natale s'ha da festeggiare, e bisogna farlo bene".
Dei Natali alle falde del Vesuvio, dove la mia famiglia visse fino a quando avevo 11 anni, ricordo mio fratello Maurizio che era il più fanatico, che iniziava a novembre a cercare i pastorelli per il presepe. Ammiravo la sua passione per il presepe e mi animavo parecchio standogli dietro. Chissà, forse quella era l'unica occasione che ci faceva stare insieme: due fratelli separati da 15 anni di età e che avevano ben poco in comune. Sorvolerei, ma già che ci sono parlo un attimo di lui. Dicono che una volta adulti la differenza di anni si noti di meno. Io direi che ero più vicino a lui quando avevo sei anni e lui 21 che ora che ne abbiamo 28 e 43 rispettivamente. Ora, più che mai, mi ritrovo con i miei fratelli, raramente, e mi sento quasi un estraneo, e sono grato allora a chi ha inventato il discorso di circostanza, che tanto odio, ma che ci salvano da litigate feroci. Solo una volta ho tentato di fendere la mia ideologia, più che politica, di buon senso, e siamo quasi finiti a tirarci teglie di parmigiana della mamma.
Tornando al presepe, andavo matto per farlo, e quella è una memoria prevalente dei miei natali. Lo facevamo su un mobile basso e lungo del soggiorno e lui, Maurizio, si ingegnava a creare cascate, laghi, fiumi, con l'acqua vera! Un mago dell'idrologia! E poi si raccoglieva il muschio e i pezzi di corteccia per fare le rocce e i prati, si sistemavano i pastori cercando di ordinarli dal più grande al più piccolo per assecondare le leggi della prospettiva. Devo ammettere che alcune di quelle statuette erano strabilianti, erano davvero belle, di quelle buone fatte di stucco e non di platica. D'altronde Napoli era a due passi e come è risaputo lì si trova qualsiasi tipo di articolo per il presepe, a volte veri capolavori. Ricordo soprattutto quel banco del macellaio con tutti i prosciutti e i quarti di maiale che pendevano, e lui con una grossa mannaia e le guance rosse... che meraviglia!! E io invano andavo a cercare le scatole del presepe a vacanze concluse perché volevo giocarci ancora, ma erano introvabili, inspiegabilmente nascoste chissà dove.
Casa mia allora mi sembrava enorme, piena d'anfratti, tutto era alto, irraggiungibile. Chissà a vederla adesso che effetto mi farebbe. Da quando mio padre la vendette nel '91 non ci ho mai rimesso piede. Lì i miei trovavano il posto per nascondere i regali di natale, ma anche gli abiti di carnevale, con quella parrucca nera con le trecce da Pocahontas che tanto scandalo creava, quando l'andavo a cercare e per gioco me la mettevo. Allora mia madre arrabbiatissima mi strillava: "Luca, mettila subito via, che se ti vede tuo padre!!". Quel divieto mi pareva tanto assurdo e inspiegabile, però oggi riesco a comprenderne le presunte motivazioni. Non è un caso infatti che mio padre - insieme ai miei due fratelli - sia l'unico a non sapere che sono gay, felice, che convivo e che, chissà, magari un giorno mi sposerò, sì, ma con un uomo.
Si trattava di un tentativo di "difendere" mio padre da cose poco convenienti, che non rientravano nei parametri ristretti della sua educazione da ragazzino abbastanza agiato cresciuto durante e dopo la guerra in un posto e un contesto pieno di miseria materiale e morale - non troppo diverso oggigiorno. Quell'atteggiamento di protezione nei confronti di mio padre è continuato fino ad oggi. Ora mia madre e mia sorella mi dicono: "Ti raccomando, fai che tuo padre non lo venga mai a sapere" e corrisponde a quel "Metti via la parrucca, non farti vedere da tuo padre". Oggi come ieri, cercano di proteggerlo... sì, ma da che cosa? Un uomo grande e grosso, dalle mani fortissime e ruvide. Un uomo che ha subìto la tragedia di una famiglia crollata su se stessa, di un fratello che è il suo peggior nemico, di un padre debole e viscido che mai ha saputo difenderlo dalle angherie di quel figlio, di una madre-padrona che seppe solo insegnargli cosa fossero il divieto e il senso più materiale della vita. "Evitiamogli un'altra sofferenza, appunto", allegano allora. Ma siamo sicuri che la felicità di un figlio, per quanto derivante da cose troppo lontane dalla propria educazione e mentalità possano essere per un padre motivo di dolore? Il vero dolore di mio padre, ne sono certo, è un altro. Qualcosa di cui, sicuramente, a volte piange quando è da solo. Purtroppo certe situazioni si traferiscono, come per osmosi, di padre in figlio. E dalla meschinità di certe spicciole idee continuano a prendere forma odi intestini che non dovrebbero poter esistere tra fratelli. I miei due fratelli maggiori, Maurizio e Giampaolo, non si parlano da anni. Non ricordo neanche più da quanti. Non li vedo insieme da quando ero adolescente, credo. Avevano un'attività in comune, ereditata da mio padre, che è andata a rotoli per colpa non importa di chi. Da lì è nato il disprezzo, l'incapacità di parlarsi, di perdonarsi, di riabbracciarsi, di dirsi: "cazzo, ma tu sei mio fratello".
Nonostante tutto, la mia famiglia non è distrutta, questo no. Non sono mancati l'amore, la gioia, la convivialità, il calore. Io mi sento comunque fortunato per avere i genitori che ho e la sorella che ho. I miei fratelli, in fondo, nonostante la relazione tiepida che mi unisce a loro, si sono solo fatti del male a vicenda e ilr estod ella famiglia ne resta al margine. È vero, c'è una parte marcia, quella che eredita il provincialismo, la fame, soprattutto di sentimenti, patita da mio padre. Ma poi c'è tutto un mondo buono, fatto di valori in cui tuttora credo e che mi hanno fatto come sono. Onestà, lavoro, bontà, sostegno nei momenti difficili. Non sono cose che trovi per la strada, le ho imparate dai miei, indirettamente da mio padre, che resta un'ottima e integra persona, molto di più da mia madre, perché quasi solo con lei sono cresciuto. Lei viene da una famiglia barese, di origini contadine, un papà finanziere, Michele, poi trasferito nel napoletano quando lei era ancora una bambina, finito prigioniero in un campo di concentramento tedesco e purtroppo morto di epatite al suo ritorno; una madre casalinga, la nonna Albina, che ha vissuto con noi nella casa sotto il Vesuvio fin quasi alla sua morte. Persone integre, di semplici e sani principi, forse un po' dure nella loro idea di disciplina, ma di cui mi sento orgoglioso erede, pur non avendo mai conosciuto mio nonno e, solo nella semplificata prospettiva infantile, mia nonna. Cito a proposito la chiusura di una bellissima poesia, intitolata Silvana, che ho letto ieri sul blog di Shimkara: "A volte il ricordo non serve... l'appartenenza vive nell'anima". Proprio così, non serve averli conosciuti, io sono stato in quel campo di concentramento con mio nonno, e con mia nonna mentre cresceva quattro figli senza di lui.
Anni dopo, durante la prima adolescenza, arrivò mia sorella Annalisa. Non perché fosse nata allora, negli anni '90. Lei ha otto anni più di me, ma la sua vera presenza, con tutta la sua importanza e curcialità entrò nella mia vita solo allora. Quando ero bambino, quegli otto anni che ci separavano pesavano molto, proprio come i 15 di Maurizio. Allora lei era un'adolescente scapestrata, capelli cotonati e colori shocking come andava in quegli anni. Non si curava molto di me, ed era giusto così. Ma io le volevo bene. E in quei suoi atteggiamenti di protesta, negli schiaffi che ogni tanto si beccava più che da mio padre, sempre molto assente, dai miei fratelli - vera inquisizione nella mia famiglia - nelle sue lacrime, nei suoi vaffanculo vedevo qualcosa che mi piaceva, un germe di rivendicazione che poi ho ben intuito e fatto mio più in là. Ringrazio e ringrazierò sempre i miei per avermi involontariamente dato Annalisa, unico modello veramente buono e prossimo che abbia avuto nella mia famiglia, modello che i miei, essendo già molto maturi quando nacqui, non potevano rappresentare. Siamo così simili io e lei, ci diamo completamente a chi amiamo e sappiamo essere tanto insicuri e timidi quanto coraggiosi e sfrontati. Abbiamo lottato tanto per essere qualcosa di diverso dai nostri due fratelli, e ci siamo riusciti. Ancora oggi siamo l'uno per l'altro l'unico vero punto di riferimento al mondo, qualcuno su cui potremo contare sempre, qualsiasi cosa accada. Spesso giochiamo io e lei dicendo che noi due siamo gli unici figli dei nostri genitori, e in fondo tanto gioco poi non è.
Insomma, col quadretto che ho dipinto non risulterà difficile capire perché odio il Natale. Forse non bastano il ricordo di un bel presepe, di un flipper trovato sotto l'albero o di una mezza aragosta con Fabrizio Frizzi che fa il conto alla rovescia in TV per farti amare queste feste. Serve un senso di famiglia, di ingenuità e candidezza forse, che io non ho più. Io sono molto attaccato alla mia famiglia, sia ben chiaro. Ma è una famiglia problematica, fatta di alcune persone tra sé estranee, alcune quasi patologicamente unite, altre troppo deboli e troppo impegnate a piangersi addosso per i propri presunti fallimenti per poter godere autenticamente di feste squisitamente "familiari". Non mi va di celebrare a Natale, uno perché non sono cattolico, e già questo sarebbe argomento di disputa coi miei. Due perché mi infastidisce dover fissare una data per festeggiare la familiarità. Io celebro la fortuna di avere mia sorella ogni giorno, quando penso a lei o la sento al telefono e voglio un sincero bene a mia madre e a mio padre, nonostante le loro idee siano lontanissime dalle mie e siano state in passato motivo di sofferenza per me. Non mi serve il Natale per celebrare un senso di unità e d'amore fasulli, come non celebro la Pasqua, il mio compleanno, la festa delle donne, del papà, l'onomastico. Sono contrario alla gioia imposta.
Detto questo, se la pensate diversamete, con tutto il rispetto vi auguro di passare delle buone feste, se davvero vi riescono a rendere felici.
E a chi la pensa come me, allora coraggio, passeranno presto.