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Un_Italiano_a_Madrid
Cronache di un esilio felice
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VIAGGI
Parigi, marzo 2008...
22 aprile 2008

La mia prima volta a Parigi... messi da parte i pregiudizi e l'odio atavico che ci rende tutti uguali davanti ai francesi, mi sono avvicinato a questa città da cui, da grande amante delle capitali europee quale sono, non potevo prescindere.

Naturalmente sapevo che avrei trovato una città magnifica, interessantissima, ricchissima capolavori d'arte e di architettura. In una settimana io e Jose ci siamo fermati solo per mangiare e dormire.

Tuttavia, c'è qualcosa di Parigi che non mi ha conquistato del tutto. E alla fine, tornando Madrid, ho sentito molto acuta la differenza tra questi due luoghi. Parigi ti snobba, è una stronza altezzosa. Madrid ti sorride e ti abbraccia e ti dice: "scopami!". Per quello che sono io, Parigi non potrebbe mai essere casa mia. Madrid invece lo è da due anni.

TI AMO MADRID.




permalink | inviato da Un italiano a madrid il 22/4/2008 alle 9:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
sentimenti
Povera Patria...
16 aprile 2008

CARI MIEI CONNAZIONALI VICINI E LONTANI, MI PARE INEVITABILE UN BREVE COMMENTO SU QUESTO FATTO TANTO TRISTE E SCONCERTANTE CHE, ANCORA UNA VOLTA SI È RIPETUTO IN ITALIA.

   Hanno vinto di nuovo la disonestà, l'ignoranza, la corruzione, l'intolleranza, la sopraffazione, il maschilismo, l'omofobia, la xenofobia, il favoritismo, il pensiero spicciolo, le vedute strette, la logica delle scorciatoie materiali ed intellettuali, delle prese di posizione più ottuse e comode. Hanno vinto la mafia e la chiesa sullo Stato giusto e laico. Ha vinto di nuovo ciò che, purtroppo, da decenni governa e corrode l'Italia. Un disordine ormai convertitosi in ordine, un vizioso stato di cose nel quale una parte considerevole (più della metà!) degli italiani crogiola e che ritiene ormai normale. 
  
   "Parli bene tu, che sei scappato",
direte. Forse non avete tutti i torti. Ma questa nuova vittoria di Berlusconi prova il fatto che c'è rimasto ben poco da fare e da sperare per per chi resta in Italia, gli italiani che sono fiero di chiamare miei connazionali. Gli altri "italiani" - permettetemi le virgolette - ahimé, sono la maggioranza, rassegnamoci. E finché questa sarà la realtà non ci resterà che subire le prepotenze e le ingerenze di questi che ci circondano e governano, strisciare e sbattere come pesci moribondi nel vuoto legislativo, nella mancanza di diritti civili. Il mio pensiero qui va soprattutto alla comunità a cui appartengo, quella gay, ma anche a tutti coloro, di qualsiasi orientamento sessuale, che vedono allontanarsi ulteriormente la speranza di venire riconosciuti al di fuori della coppia sancita dal matrimonio. Non lo nego, la nostra sinistra non è una vera sinistra. Nemmeno loro sono stati in grado di fare nulla per noi come per nessun altro. Ma per lo meno in quel breve periodo in cui ha governato ho sentito alleviarsi un po' la vergogna che provavo di fronte alla derisione mondiale nei confronti del nostro Paese, senza più le figure di merda plateali collezionate dal cavaliere, con le uscite sue e dei suoi ministri riportate dai media mondiali, increduli. E passato un giorno dalle elezioni, già ricomincia a farne. Candidamente dice che Zapatero avrà problemi perché nel suo governo ci sono troppe donne (!). Femministe italiane, ma dove siete? Esternazioni così sono vergognose da parte del primo ministro di un paese civile. In Italia invece fanno sorridere, perché in fondo da noi una donna emancipata per molti è ancora una "mignotta", una single è una povera "zitella" e un gay è pur sempre un "finocchio", un malato. Per non parlare degli stranieri, che continuano a rubarci il lavoro, a delinquere e a imbastardire noi e la nostra religione. Perché vince Berlusconi? Ma perché rappresenta troppo bene il peggio dell'italianità, quella da barzelletta o da commedia di Lino Banfi, che è ancora lungi dall'estinguersi e nella quale tanti si identificano ancora... nel 2008.

    Io ho scelto di dire basta a tutto questo e di vivere in un posto migliore, che non è perfetto, ma dove noi siamo ancora una maggioranza. Dove noi figli della lotta per la laicità dello Stato, per il diritto all'aborto, per i diritti degli omosessuali, del femminismo, della multietnicità possiamo sentirci protetti e legittimati. Quasi due anni fa scelsi la Spagna e oggi più che ieri la scelgo di nuovo. La vittoria di Zapatero qui e quella di Berlusconi in Italia lasciano poco gioco alla libertà di scelta. In Italia mi mancherebbe l'aria. E io sono nato per respirare. Per quanto ami Madrid e gli spagnoli, mi addolora profondamente dover vivere lontano da un paese che amo e che sento mio, ma non ho altra scelta.
Lo ammetto, ho la fortuna di avere un buon lavoro qui, un partner che amo, una bella casa, mentre ho pochi legami nel mio paese, e questo ha reso la mia scelta più facile. Molti di voi non hanno altra scelta che restare. A voi va tutta la mia solidarietà. Ci abbiamo provato, ma non ce l'abbiamo fatta. Ho votato con tanta speranza, con mucha ilusión, come voi, ma non è bastato. Tutto ciò che ci fa star male, che ci fa sentire complessati e derisi dal resto del mondo civile è tornato, più virulento e prepotente di prima. 

   Che l'Italia si salvi! Che lo faccia, non importa quando, anche quando non potremo più parlare né vedere, ma che si salvi.

   Concludo con le parole di una canzone di Franco Battiato, Povera Patria. Canzone del 1996 ma che potrebbe essere stata scritta oggi. Un pensiero al nostro povero Paese, pieno di commozione e dolore. Con un tocco di speranza, però...


Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore...
ma non vi danno un po' di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
si che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po' da vivere...
La primavera intanto tarda ad arrivare




permalink | inviato da Un italiano a madrid il 16/4/2008 alle 19:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sentimenti
Ogni mattina mi innamoro di te
5 febbraio 2008

   È passato un mese abbondante da quando ho avuto la grande notizia del mio trasferimento a Madrid. Anche questa volta ho approfittato dei miei giorni di riposo per tornare a casa, e sono ormai cinque mesi che non salto un riposo per tornare da Jose. 

   Quando sono qui durante la settimana, lui è al lavoro, ed ho tanto tempo per stare da solo in casa con i miei pensieri. Mi accorgo che le emozioni per l'annunciato ritorno si sono ammansite, pur restando forti. All'esultanza va sostituendosi il compiacimento e il conforto di un'albeggiante ritrovata tranquillità. Ho sempre trovato singolare e sorprendente il modo in cui le emozioni umane si modificano col passare tempo. Ardenti desideri si placano al raggiungere la meta, violenti odi e rancori si affievoliscono con la lontananza fisica e temporale, grandi passioni evolvono in più tiepide emozioni, come l'indifferenza, o in qualcosa di ancora diverso, ma non meno forte: il ripudio o addirittura la vergogna. A me, come del resto immagino alla maggior parte degli esseri umani, è accaduto tutto questo almeno una volta nella vita. Eppure dall'11 maggio del 2006 mi succede ogni giorno qualcosa che mi sorprende: il vero grande mistero dell'essere umano. Un'emozione costante, un'insolita coerenza sentimentale che pare quasi una contraddizione in termini. Ogni mattina, infatti, mi riscopro innamorato dell'uomo che da allora è il mio compagno di vita. Innamorato senza sforzi, senza esitazioni, senza ma, senza condizioni, senza compromessi. Apro gli occhi e so che io sono suo e lui è mio, non importa se nel mio letto o fuori, nei miei occhi o lontano da loro. Da quel maggio di due anni fa le nostre mani si annodano, i nostri sguardi si cercano, le nostre labbra si uniscono. Senza mai un'esitazione, naturalmente, come un neonato che cerca una mammella, come un uccello che trova sempre la sua traiettoria verso l'Africa, sempre, anche prima di esserci mai stato, io so che devo tornare da lui e darmi a lui, e annegarlo di emozioni custodite in quello stipetto la cui chiave solo lui possiede.

   Un mio ex, psicologo di grande sensibilità e cultura, col quale condivisi quasi tre anni di vita ed una casa, mi ripeteva spesso: "Amarsi vuol dire scegliersi ogni giorno". Ed oggi afferro veramente il significato di quella frase, che a quei tempi suonava forse un po' opprimente. Lui resta una delle persone più prezione che abbia avuto la fortuna di conoscere e di vantare come amico, ma, evidentemente, ad un certo punto della nostra storia smisi di sceglierlo, e quindi di amarlo. Con Jose sento che fino ad oggi l'ho sempre scelto e che lo sceglierò ogni singolo giorno della mia vita. Ogni volta trovarlo nel letto affianco a me sarà come una grande sorpresa, come il grande regalo di qualche essere superiore, nel quale non riesco a credere, ma nel quale varrebbe la pena credere soltanto per essere stato ammesso al privilegio di condividere una vita con un uomo così meravigliosamente semplice e tanto incredibilmente bello dentro e fuori da non esserne conscio nemmeno lui. Il mio Jose. 

Te l'ho mai detto che ti amo? Credo proprio di sì. Ma forse non sai che ogni mattina io mi innamoro di te.




permalink | inviato da Un italiano a madrid il 5/2/2008 alle 12:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sentimenti
1° marzo: si torna a casa!!
7 gennaio 2008
È il 28 di dicembre. Una giornata di lavoro breve di soli due voli: Praga andata e ritorno. Sono di buon umore per diversi motivi: è l'ultimo giorno di lavoro dopo una settimana un po' pesante di levatacce alle 4 e fortunatamente per concludere mi è toccata una rotazione breve e con presentazione intorno alle 10 di mattina. Un bell'equipaggio: a bordo con me Caroline, una responsabile di cabina
appena trasferitasi a Malpensa da Londra Gatwick, veramente simpatica e easy e altre due assistenti di volo molto carine, una italiana e una tedesca. E poi, dopo l'atterraggio, scappo a Milano per prendere il treno che mi porterà a Pescara, dove vivono i miei genitori e mia sorella, che non vedo da qualche mese. Insomma, una serena e promettente giornata prefestiva. Nonostante il buon inzio, sono ancora ignaro del fatto che oggi sta per accadere qualcosa di eccezionale...
Atterriamo un po' in ritardo e ci avviamo verso la crew room, l'ufficio nel quale gli equipaggi si preparano prima della partenza e dove si torna alla fine del turno prima di andare a casa, per controllare se ci sono cambiamenti per il giorno seguente, incassare il denaro del bar di bordo e sbrigare altre piccole formalità. L'aria umida e densa dell'inverno prealpino raffredda i polmoni e indolensisce le mani. Appena arrivo mi tolgo il cappotto, mi metto al computer, apro la mia casella email del lavoro e vedo che c'è un nuovo messaggio. È di Valeria, uno dei miei capi. Non mi stupisce: quasi ogni giorno arrivano nelle caselle di tutti noi assistenti di volo messaggi da parte del management in cui ci rammentano procedure, scadenze e altro. Ma questa volta il messaggio è indirizzato solo a me, è personale. Fatico a crederci quando leggo che l'oggetto della mail recita "Your Transfer". In pochi secondi il cuore mi inizia a battere forte, i pensieri si accavallano, il tempo accelera - o si ferma, non saprei dirlo - le voci attorno a me soffocano nell'ovatta... è la notizia che stavo aspettando da mesi e che ora si sta materializzando davanti ai miei occhi:
"your transfer request for Madrid has been approved and will be effective from March", leggo nel corpo del messaggio. Resto per qualche secondo stordito, mi stacco dal computer e inizio a vagare per la crew room con le lacrime agli occhi, ripetendomi "ho avuto il transfer" , e ripetendolo, ora in italiano, ora in inglese, a chiunque mi capiti davanti. Per concludere l'email Valeria mi dice di passare da lei se ho bisogno di informazioni; do un'occhiata al di là degli scaffali che separano la zona briefing dall'isola alla quale siede il personale dell'ufficio e la vedo seduta lì. Non so bene cosa chiederle, ma ci vado perché ho bisogno che qualcuno mi confermi che quell'email è reale, che il mio sogno si sta avverando sul serio. Lei mi dice: "Sì Luca, ho ricevuto la lista delle persone il cui trasferimento è stato approvato e tu sei lì. Al momento sappiamo che è per marzo, ma più in là ti diranno la data esatta". Ricomincio a girare come una scheggia impazzita per l'ufficio e ricevo abbracci e congratulazioni dai colleghi. Ormai tutti sapevano quanto ci tenessi e mi rende ancora più felice vedere gli altri gioire con me.
Com'è difficile esprimere quello che si prova in momenti del genere, quando hai passato mesi desiderando così fortemente qualcosa da addormentarti con quel pensiero e svegliarti con lo stesso, cadendo in un buio contundente quando qualcuno insinua che non ce la farai o quando interpreti qualsiasi segno, magari irrilevante, come una prova di aver fatto la stronzata più grande della tua vita, che da quel posto di merda non te ne andrai mai se non con una lettera di dimissioni tra le mani e il tuo orgoglio sotto le suole delle tue scarpe. Sconfitto senza mezzi termini, crudelmente annegato nella più umiliante delle condizioni umane: il fallimento. E invece non sarà così. Me ne andrò da Gallarate col mio lavoro e col mio contratto e finalmente tutto tornerà al posto suo, secondo un programma ambizioso e tranquillizzante che fino a quel momento c'era solo nei miei pensieri, nebuloso e scioglievole come lo zucchero filato e che ora ha il sapore di una solida realtà fatta di spigoli e superfici. Quando i pensieri iniziano a tornare al proprio posto ricordo che c'è il treno per Pescara da prendere di lì a poco e che devo scappare, altrimenti perderò il pullman che dall'aeroporto porta alla stazione di Milano Centrale. In ogni caso, sono così felice che perdere quel treno oggi non sembrerebbe tanto grave come un'altro giorno, e aspetterei il prossimo assorto in pensieri stupendi che odorano di futuro. Invece ce la faccio, acchiappo il pullman che sta per partire e nell'oretta che impiega ad arrivare a Milano inzio a fare telefonate e a inviare sms a chiunque mi passi per la testa. Oggi sono stato dispensato dal mio esilio e voglio che lo sappiano tutti.

Dopo qualche giorno ricevo conferma della data precisa e così il 1° marzo avrò la macchina piena di pacchi, lenzuola e asciugamani, Jose affianco a me come passeggero, e partiremo verso la Liguria per attraversare mezza Europa in due giorni, per tornare a casa insieme e non separarci più, per nessun motivo.
Sono felice, felice, felice! Ogni cosa sta tornando al suo posto ed è davvero valsa la pena lottare per realizzare i miei sogni.




permalink | inviato da Un italiano a madrid il 7/1/2008 alle 18:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
letteratura
Lentamente muore
21 dicembre 2007
Quando ho letto questo testo di Pablo Neruda sono rimasto stupito da quanto bene rappresenti le motivazioni da cui muovono le mie scelte più recenti in questo particolare momento della mia esistenza. Per questo desidero condividerla. Trovo che la versione originale sia più suggestiva di quella italiana, perciò chi comprende il castigliano, segua questo collegamento a Muere lentamente.


Lentamente Muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

Pablo Neruda


Non lasciamoci morire!


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permalink | inviato da unitalianoamadrid il 21/12/2007 alle 15:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sentimenti
A Natale s'ha da festeggiare... Ovvero teoria della gioia imposta
13 dicembre 2007



Ragazzi, arriva il Natale! E Capodanno! E la Befana!
E io inizio a pensare a come affrontarli e superarli dignitosamente e senza troppi malumori.
Mi sembra che quando si parla di feste natalizie, le persone si dividano sommariamente in due grandi categorie:

1. Quella della gente che dice: "oh che bello sta arrivando il Natale, mi piace tanto il Natale, senti come cambia l'atmosfera! Quest'anno le luci sono davvero belle e poi l'albero in piazza l'hanno decorato così bene! Uh e i regali, me ne mancano ancora un sacco!! Meno male che i negozi restano aperti fino alla vigilia! E poi il panettone, anzi no, il pandoro, che mi piace di più, la neve - magari nevicasse proprio il giorno di Natale, è sempre stato il mio sogno veder nevicare la notte di Natale! Le cene in famiglia e dopo tirar tardi giocando a zompacavallo, sette e mezzo, poker... no a poker meglio di no perché ci saranno i bambini... I bambini! Finalmente un'occasione per stare insieme, è un miracolo che i miei nipotini si ricordino ancora di me, vedendoli solo una volta all'anno! ADORO il Natale!!"

2. Quella delle persone che invece dicono: "
ecco che arriva di nuovo il Natale, porca miseria, ogni anno le luminarie le accendono prima, l'anno prossimo lof aranno direttamente a settembre. Ma quanto denaro pubblico spenderanno per questa scemenza? E poi tutti che si danno allo shopping convulsivo, che cosa disgustosa, ormai non si tratta altro che di consumismo. Per non parlare dei poveri commessi costretti a lavorare come bestie per soddisfare masse di imbecilli che si riducono alla vigilia per comprare i regali, sempre gli stessi, spesso così banali e inutili da risultare imbarazzanti... E poi tutto quel mangiare, uno spreco di cibo, ci sentiamo obbligati ad ingozzarci e soprattutto a riunirci con familiari dei quali a malapena ricordiamo la faccia, con quegli scalmanati dei loro bambini iperattivi... e le giocate a carte, la tombola... e la lotteria di Capodanno, ne vogliamo parlare?? Ma quello che davvero detesto sono quelle maledette campane delle canzoni natalizie che ti perseguitano in ogni dove, condite da un buonismo rivoltante e mieloso, ambasciatore di cause troppo stagionali, per fomentare le quali ci sbattono in faccia immagini di bambini mangiati dalle mosche o che camminano su gambe di legno, di cui ci si ricorda solo a Natale, appunto... Io ODIO le feste di Natale!!"

Indovinate un po' a quale delle due appartengo io...

C'è chi dice che alla base dell'amore o odio verso queste feste ci sia fondamentalmente il modo in cui le si è vissute nell'infanzia, o anche durante l'adolescenza. Non dico di aver passato dei brutti natali da bambino, anzi, la mia famiglia era molto tipica in questo senso, diciamo appartenente al primo gruppo, quelli che "a Natale s'ha da festeggiare, e bisogna farlo bene".

Dei Natali alle falde del Vesuvio, dove la mia famiglia visse fino a quando avevo 11 anni, ricordo mio fratello Maurizio che era il più fanatico, che iniziava a novembre a cercare i pastorelli per il presepe. Ammiravo la sua passione per il presepe e mi animavo parecchio standogli dietro. Chissà, forse quella era l'unica occasione che ci faceva stare insieme: due fratelli separati da 15 anni di età e che avevano ben poco in comune. Sorvolerei, ma già che ci sono parlo un attimo di lui. Dicono che una volta adulti la differenza di anni si noti di meno. Io direi che ero più vicino a lui quando avevo sei anni e lui 21 che ora che ne abbiamo 28 e 43 rispettivamente. Ora, più che mai, mi ritrovo con i miei fratelli, raramente, e mi sento quasi un estraneo, e sono grato allora a chi ha inventato il discorso di circostanza, che tanto odio, ma che ci salvano da litigate feroci. Solo una volta ho tentato di fendere la mia ideologia, più che politica, di buon senso, e siamo quasi finiti a tirarci teglie di parmigiana della mamma.

Tornando al presepe, andavo matto per farlo, e quella è una memoria prevalente dei miei natali. Lo facevamo su un mobile basso e lungo del soggiorno e lui, Maurizio, si ingegnava a creare cascate, laghi, fiumi, con l'acqua vera! Un mago dell'idrologia! E poi si raccoglieva il muschio e i pezzi di corteccia per fare le rocce e i prati, si sistemavano i pastori cercando di ordinarli dal più grande al più piccolo per assecondare le leggi della prospettiva. Devo ammettere che alcune di quelle statuette erano strabilianti, erano davvero belle, di quelle buone fatte di stucco e non di platica. D'altronde Napoli era a due passi e come è risaputo lì si trova qualsiasi tipo di articolo per il presepe, a volte veri capolavori. Ricordo soprattutto quel banco del macellaio con tutti i prosciutti e i quarti di maiale che pendevano, e lui con una grossa mannaia e le guance rosse... che meraviglia!! E io invano andavo a cercare le scatole del presepe a vacanze concluse perché volevo giocarci ancora, ma erano introvabili, inspiegabilmente nascoste chissà dove.

Casa mia allora mi sembrava enorme, piena d'anfratti, tutto era alto, irraggiungibile. Chissà a vederla adesso che effetto mi farebbe. Da quando mio padre la vendette nel '91 non ci ho mai rimesso piede. Lì i miei trovavano il posto per nascondere i regali di natale, ma anche gli abiti di carnevale, con quella parrucca nera con le trecce da Pocahontas che tanto scandalo creava, quando l'andavo a cercare e per gioco me la mettevo. Allora mia madre arrabbiatissima mi strillava: "Luca, mettila subito via, che se ti vede tuo padre!!". Quel divieto mi pareva tanto assurdo e inspiegabile, però oggi riesco a comprenderne le presunte motivazioni. Non è un caso infatti che mio padre - insieme ai miei due fratelli - sia l'unico a non sapere che sono gay, felice, che convivo e che, chissà, magari un giorno mi sposerò, sì, ma con un uomo. 
Si trattava di un tentativo di "difendere" mio padre da cose poco convenienti, che non rientravano nei parametri ristretti della sua educazione da ragazzino abbastanza agiato cresciuto durante e dopo la guerra in un posto e un contesto pieno di miseria materiale e morale - non troppo diverso oggigiorno. Quell'atteggiamento di protezione nei confronti di mio padre è continuato fino ad oggi. Ora mia madre e mia sorella mi dicono: "Ti raccomando, fai che tuo padre non lo venga mai a sapere" e corrisponde a quel "Metti via la parrucca, non farti vedere da tuo padre". Oggi come ieri, cercano di proteggerlo... sì, ma da che cosa? Un uomo grande e grosso, dalle mani fortissime e ruvide. Un uomo che ha subìto la tragedia di una famiglia crollata su se stessa, di un fratello che è il suo peggior nemico, di un padre debole e viscido che mai ha saputo difenderlo dalle angherie di quel figlio, di una madre-padrona che seppe solo insegnargli cosa fossero il divieto e il senso più materiale della vita. "Evitiamogli un'altra sofferenza, appunto", allegano allora. Ma siamo sicuri che la felicità di un figlio, per quanto derivante da cose troppo lontane dalla propria educazione e mentalità possano essere per un padre motivo di dolore? Il vero dolore di mio padre, ne sono certo, è un altro. Qualcosa di cui, sicuramente, a volte piange quando è da solo. Purtroppo certe situazioni si traferiscono, come per osmosi, di padre in figlio. E dalla meschinità di certe spicciole idee continuano a prendere forma odi intestini che non dovrebbero poter esistere tra fratelli. I miei due fratelli maggiori, Maurizio e Giampaolo, non si parlano da anni. Non ricordo neanche più da quanti. Non li vedo insieme da quando ero adolescente, credo. Avevano un'attività in comune, ereditata da mio padre, che è andata a rotoli per colpa non importa di chi. Da lì è nato il disprezzo, l'incapacità di parlarsi, di perdonarsi, di riabbracciarsi, di dirsi: "cazzo, ma tu sei mio fratello". 


Nonostante tutto, la mia famiglia non è distrutta, questo no. Non sono mancati l'amore, la gioia, la convivialità, il calore. Io mi sento comunque fortunato per avere i genitori che ho e la sorella che ho. I miei fratelli, in fondo, nonostante la relazione tiepida che mi unisce a loro, si sono solo fatti del male a vicenda e ilr estod ella famiglia ne resta al margine. È vero, c'è una parte marcia, quella che eredita il provincialismo, la fame, soprattutto di sentimenti, patita da mio padre. Ma poi c'è tutto un mondo buono, fatto di valori in cui tuttora credo e che mi hanno fatto come sono. Onestà, lavoro, bontà, sostegno nei momenti difficili. Non sono cose che trovi per la strada, le ho imparate dai miei, indirettamente da mio padre, che resta un'ottima e integra persona, molto di più da mia madre, perché quasi solo con lei sono cresciuto. Lei viene da una famiglia barese, di origini contadine, un papà finanziere, Michele, poi trasferito nel napoletano quando lei era ancora una bambina, finito prigioniero in un campo di concentramento tedesco e purtroppo morto di epatite al suo ritorno; una madre casalinga, la nonna Albina, che ha vissuto con noi nella casa sotto il Vesuvio fin quasi alla sua morte. Persone integre, di semplici e sani principi, forse un po' dure nella loro idea di disciplina, ma di cui mi sento orgoglioso erede, pur non avendo mai conosciuto mio nonno e, solo nella semplificata prospettiva infantile, mia nonna. Cito a proposito la chiusura di una bellissima poesia, intitolata Silvana, che ho letto ieri sul blog di
Shimkara: "A volte il ricordo non serve... l'appartenenza vive nell'anima". Proprio così, non serve averli conosciuti, io sono stato in quel campo di concentramento con mio nonno, e con mia nonna mentre cresceva quattro figli senza di lui.

Anni dopo, durante la prima adolescenza, arrivò mia sorella Annalisa. Non perché fosse nata allora, negli anni '90. Lei ha otto anni più di me, ma la sua vera presenza, con tutta la sua importanza e curcialità entrò nella mia vita solo allora. Quando ero bambino, quegli otto anni che ci separavano pesavano molto, proprio come i 15 di Maurizio. Allora lei era un'adolescente scapestrata, capelli cotonati e colori shocking come andava in quegli anni. Non si curava molto di me, ed era giusto così. Ma io le volevo bene. E in quei suoi atteggiamenti di protesta, negli schiaffi che ogni tanto si beccava più che da mio padre, sempre molto assente, dai miei fratelli - vera inquisizione nella mia famiglia - nelle sue lacrime, nei suoi vaffanculo vedevo qualcosa che mi piaceva, un germe di rivendicazione che poi ho ben intuito e fatto mio più in là. Ringrazio e ringrazierò sempre i miei per avermi involontariamente dato Annalisa, unico modello veramente buono e prossimo che abbia avuto nella mia famiglia, modello che i miei, essendo già molto maturi quando nacqui, non potevano rappresentare. Siamo così simili io e lei, ci diamo completamente a chi amiamo e sappiamo essere tanto insicuri e timidi quanto coraggiosi e sfrontati. Abbiamo lottato tanto per essere qualcosa di diverso dai nostri due fratelli, e ci siamo riusciti. Ancora oggi siamo l'uno per l'altro l'unico vero punto di riferimento al mondo, qualcuno su cui potremo contare sempre, qualsiasi cosa accada. Spesso giochiamo io e lei dicendo che noi due siamo gli unici figli dei nostri genitori, e in fondo tanto gioco poi non è.

Insomma, col quadretto che ho dipinto non risulterà difficile capire perché odio il Natale. Forse non bastano il ricordo di un bel presepe, di un flipper trovato sotto l'albero o di una mezza aragosta con Fabrizio Frizzi che fa il conto alla rovescia in TV per farti amare queste feste. Serve un senso di famiglia, di ingenuità e candidezza forse, che io non ho più. Io sono molto attaccato alla mia famiglia, sia ben chiaro. Ma è una famiglia problematica, fatta di alcune persone tra sé estranee, alcune quasi patologicamente unite, altre troppo deboli e troppo impegnate a piangersi addosso per i propri presunti fallimenti per poter godere autenticamente di feste squisitamente "familiari". Non mi va di celebrare a Natale, uno perché non sono cattolico, e già questo sarebbe argomento di disputa coi miei. Due perché mi infastidisce dover fissare una data per festeggiare la familiarità. Io celebro la fortuna di avere mia sorella ogni giorno, quando penso a lei o la sento al telefono e voglio un sincero bene a mia madre e a mio padre, nonostante le loro idee siano lontanissime dalle mie e siano state in passato motivo di sofferenza per me. Non mi serve il Natale per celebrare un senso di unità e d'amore fasulli, come non celebro la Pasqua, il mio compleanno, la festa delle donne, del papà, l'onomastico. Sono contrario alla gioia imposta.

Detto questo, se la pensate diversamete, con tutto il rispetto vi auguro di passare delle buone feste, se davvero vi riescono a rendere felici.

E a chi la pensa come me, allora coraggio, passeranno presto.

sentimenti
I mulini a vento della Mancia
12 dicembre 2007





Eccomi qui, dopo sei mesi di assenza.

Ne è passata d'acqua sotto i ponti, in soli sei mesi, e la mia vita s'è capovolta un'altra volta, come una feluca troppo sottile e troppo piena.

A luglio scorso ero un italiano a Madrid, felice nel suo esilio d'amore all'ombra tozza, imponente e rassicurante del Teatro Real, cullato dalle voci dei tenori che entravano dalla mia finestra nelle calde notti castigliane e dalle braccia canarie del mio amore.
Oggi sono un italiano esiliato nel suo proprio paese, costretto a tornarci controvoglia con la speranza di costruire un futuro più solido e promettente in quello che ormai è il mio paese adottivo, e che sento casa mia più di qualunque altro posto al mondo... ad eccezione di Roma, forse. Credo che un pezzettino d'anima sia rimasto in Via dei Banchi Vecchi, perché è sempre un'immagine di quella via che mi torna in mente quando penso a Roma. Ma tutto il resto, anima e corpo, si sentono ormai a casa solo quando sono qui, in questa specie di cattedrale nel deserto, città folgorante e paesana nel contempo che sembra essere nata dal nulla e fiorita e pasciuta in questa brulla e piuttosto inaccogliente pianura che è la Castiglia, terra gialla e sabbiosa, niente alberi, solo arbusti.

A fine luglio feci un colloquio, tutto bene, ma ci fu il solito piccolo imprevisto... ein probleminen, come direbbe la mia amica Anna: "non c'è posto a Madrid al momento, saresti disposto a spostarti a Milano?", mi chiesero. In quei terribili e deliziosi giorni mi trovavo a La Palma, l'isola vergine delle Canarie, dove gente semplice e accogliente vive e coltiva banane al sole africano, proprio come la famiglia di Jose, il mio uomo, madrileno d'adozione ormai da più di una decade. Alla fine, tra una scalata alla Caldera del Taburiente e bagni su nere sabbie di lava, mi decisi. Si va a Milano.

Perché abbandonare quella stabilità appena conquistata, perché passare la carta buona una volta tanto che mi era capitata? Il mio lavoro di assistente di volo in Ryanair non prometteva bene, vedevo colleghi strisciare dopo un solo anno in compagnia, irritati e avviliti da turni senza regole, ricatti, assenza di diritti, anche i più basilari. Non volevo finire così. E mi vedevo tra un anno avvelenato come loro e in cerca di un'occasione che forse non avrei trovato. E così feci domanda in easyJet e dopo pochi giorni mi invitarono al colloquio, si selezionava personale da inserire nella base di Madrid. L'esito, ormai lo sapete già. Partii con una piccola valigia, quasi a rifiutare quel cambiamento; la mia stanza di Gallarate, a due passi dall'aeroporto di Malpensa, è nuda, se non fosse per le note arancio della mia divisa sempre appesa fuori dall'armadio, come a dire: in questo posto non mi ci posso assestare. Tutto lì ricorda che quello è solo un posto di passaggio. L'ho voluto così e così resterà. Anche la mia vita per il momento è così, una tappa di passaggio, una stagione in standby. Non vivo realmente né a Milano né a Madrid, passo la maggior parte del mese in Italia, ma non mi sento a casa mia. Allo stesso tempo, quei pochi giorni in cui torno in Spagna non sono sufficienti, non bastano a farmi riappropriare delle mie cose, delle mie abitudini. Ho perso i contatti con tutto e con tutti, a parte Jose, naturalmente. Lui propelle ogni mio pensiero, ogni mia azione e non c'è ostacolo che mi impedisca, puntualmente, di essere da lui appena il mio turno di sei giorni è finito. A volte fatico a capire da dove prendo l'energia per vivere così, mi sobbarco a imprese chisciottiane, tanto facili al ragionarsi quanto dure al realizzarsi.

Come quella volta che ho attraversato mezza Spagna in autobus - Andalusia e La Mancia - per correre da lui... partii da Milano all'alba, atterrai a Malaga e attraversai l'Al-Andalus degli arabi e la Meseta Central su un autobus affatto adatto a quei lunghi tragitti, consedili vecchi e scomodi, il tipico pullman degli anni '70 che impiegano per la gita scolastica a Ravenna, che sinceramente a 15 anni posso accettare, ma a 28 no. Per non parlare, seduti, guarda caso, proprio dietro di me, della madre con 2 bambini che avevano trasformato l'ultima fila di sedili nella Småland di Ikea che non smisero per un attimo durante 7 ore di piangere, gridare, cantare, parlare, bisticciare, giocare con la mia tendina, far incazzare e a sua volta urlare la madre, che ovviamente non aveva la minima considerazione per i compagni di viaggio. Ci fosse stata almeno la piscina con le palline dello Småland per poterceli annegare...
Poi, finalmente, i mulini a vento manceghi da cartolina mi ricordarono all'imbrunire che Madrid non era lontana, ma forse insinuavano anche la futilità di certe mie azioni, la vanità di certi sacrifici... Una giornata campale come potrebbe esserlo quella di Ratzinger al concerto di Marilyn Manson, o peggio, al Gay Village il sabato sera. Ma poi mi basta vedere lui, e la rabbia e il fastidio di un viaggio lungo un giorno intero e accompagnato di personaggi molesti e scomodità mi scivolano di dosso come il plaid che mi portavo sulle spalle per un po' di giorni duante le influenze da bambino, quasi intriso di dolori ossei, brividi, brutti sapori, voglia inesaudita di distrarsi da quel tedio. Lui mi bacia la mattina dopo prima di andare al lavoro, con quello sguardo mesto e tenero di grandi occhi marroni, ed io rifarei tutto senza pensarci.

Per me questo è un indizio d'amore, dico un indizio, non una prova. Che certezza abbiamo di cosa sia l'amore, e se esista veramente? Io ho avuto alcune storie importanti, tutte diverse. E ogni volta, coi piedi in quella nuova mi dico: QUESTO è amore. Penso capiti a tutti. Forse questo che sto vivendo con Jose è vero amore. Per Jose non mi limito, non mi risparmio. Se mi restano 5 minuti o un'alito di forza, io li uso per lui. E guardate che sono una persona pigra, pessimo gestore del proprio tempo, gran maestro e fautore del "non fare oggi quello che potresti fare domani". Ma Jose non mi basta mai, e se riesco a ritagliare qualche scampolo di giornata o di ora per passarlo con lui, non ci penso due volte. Agli occhi altrui sono un folle, secondo me anche ai suoi. Chi mai farebbe sta vitaccia tra due paesi neanche troppo vicini? Chi attraverserebbe la penisola iberica per stare un giorno in più col proprio ragazzo? Chi rischierebbe il posto di lavoro partendo durante la reperibilità (ebbene sì, ho fatto anche questo)? Probabilmente nemmeno lui, ma non glielo rinfaccio. OK a volte sì, ci scherzo su. Ma ormai ho concluso che in amore, e in generale, si fa quel che si può, secondo l'idea del mondo e della vita che ognuno ha per sé. Per me il mondo è La Mancia e mi posso accollare di attraversarla lottando contro i mulini a vento dopo sei giorni passati volando. Sarà un po' per il lavoro che faccio, ma anche per un'inclinazione che ho sempre avuto fin da bambino, quando passavo ore studiando l'atlante di geografia e le carte stradali. Per me el mundo es un pañuelo, il mondo è un fazzoletto, come dicono gli spagnoli, un avvincente piccolo fazzoletto da scoprire tutto e in tutti i modi, senza perdere tempo. E non mi fa specie attraversarlo in lungo e in largo, anzi mi eccita l'idea della partenza. 
La vita per me è uno scivolo sempre più ripido senza corrimano a cui aggrapparsi. Come quello altissimo che chiamavano il Kamikaze, sul quale, negli anni '90, mi bruciavo le chiappe da adolescente coi compagni di scuola l'estate all'acquapark. La vita è avventura, è vertigine, è anche plastica, molta plastica malamente assemblata, e proprio come la vetroresina di quegli scivoli può bruciare. E dove i tronconi di scivolo si congiungono, creando un impercettibile gradino, che mentre scivoli ti porta via un po' di pelle, ti crea una piccola abrasione, e giù così, fino a consumarti tutto, fino all'osso, fino a non lasciare di te che un ricordo. E io non lascerò che la vita mi consumi senza averle tentate tutte per essere felice, per prendermi quello di cui ho diritto, che in fondo è poco. Solo un po' di felicità quotidiana con l'uomo che amo in un luogo che amo, con un lavoro che amo - o che per lo meno non spregio - e che mi paghi le bollette.
Ecco spiegato il perché di una scelta tanto assurda, come quella di lasciare un lavoro che in apparenza mi stava offrendo tutto questo, ma non lo avrebbe fatto a lungo. Molto presto tutto sarebbe imploso miseramente su di me e siccome sono cresciuto con lo spot Mentadent "prevenire è meglio che curare", è finita che anche un inerte come me se n'è convinto e ho mollato tutto in attesa del mio trasferimento a Madrid.

Il sacrificio vale sempre la pena - e non sto parlando di condurre una vita di autoflagellazione come tanto ci raccomandano papi, preti e catechisti, sto parlando di ambire sempre a godere a piene mani e polmoni delle grandiose possibilità che la vita ci offre in potenza, ma che difficilmente diventeranno sostanza senza un po' di sano impegno. In fondo avete mai pensato a quanto si dimentica facilmente la sofferenza? E alla mirabile capacità dell'uomo di ironizzare su sventure e dolori passati? Permettiamoci di soffrire un po', se ne vale la pena, concediamoci di prendere la via in salita a volte, se siamo convinti che in cima alla collina c'è il tesoro.
Io insegno: se ad aspettarti c'è qualcosa o qualcuno in grado di regalarti felicità pura e nuda, allora bisogna avere coraggio. A quel punto angustie, attese, precarietà non saranno stati vani e si verrà ampiamente ricompensati.




permalink | inviato da unitalianoamadrid il 12/12/2007 alle 15:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
sentimenti
Anna è un angelo...
19 giugno 2007
 
 


 

"È vero, Anna è un angelo.
Ma senza ali. Ha due piedi ben piantati a terra
e una testa brillante di solide idee e misticismo.
E non veste di bianco, ma di veli di porpora e sonagli,
che agita scalza al suono di musiche arabe.
Se attraversi la sua vita,
la tua non potrà più restare uguale.
Anna, quando parla, è un fiume di note, mai stonate,
non importa quanto alte o basse esse siano,
se tinte di leggerezza o di disperazione.
Hanno sempre un senso, profondo,
e se non lo afferri subito,
saprai apprezzarlo, poi.
Anna è una di quelle poche persone
al cui pensiero mi si accelera il respiro
e mi si allagano gli occhi.
Lei è la mia fortuna, un colpo di defibrillatore
che mi ha risuscitato.
Ha dissotterrato il mio coraggio alluvionato.
Anna è tutto questo, ma non se ne accorge.
Ed è per questo che la amo:
non esige mai tributi.
Gente va, gente viene. Gente prende, gente dà.
Io resto, Anna. E il mio cuore te l'ho lasciato lì,
in una scatola di raso rossa e viola,
sui ripiani massicci e scuri
di quella bella libreria orientale.
Tra gli spartiti di Battiato ed i Tarocchi,
in mezzo ai libri di Jodorowsky e ai film di Moretti.
Cullata dalle tue risate e dalle fusa dei gatti,
affumicata di incensi che bruci la sera."


Dedicato ad Akiko


 




permalink | inviato da unitalianoamadrid il 19/6/2007 alle 20:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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